Patrizia malata di Sla dice basta e stacca la spina

Patrizia malata di Sla dice basta e stacca la spina


Ha combattuto per cinque anni la sua battaglia contro la Sla, poi ha scelto di dire basta e di staccare la spina. Patrizia Cocco, nuorese di 49 anni, se ne è andata con il sorriso, sabato scorso, stringendo la mano di sua mamma e dei suoi cari, come riporta il quotidiano L’Unione Sarda. È stata la prima in Italia dopo l’entrata in vigore della legge sul biotestamento, dopo aver dato il suo assenso ai medici per la rinuncia alla ventilazione meccanica e per l’inizio della sedazione palliativa profonda.

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«È stata una scelta di Patrizia molto lucida e coraggiosa - ha detto il suo avvocato e cugino Sebastian Cocco -. La nuova legge permette ai medici di dare subito esecuzione alla volontà del paziente senza doversi rivolgere al giudice come succedeva prima della sua entrata in vigore e così a Patrizia è stato permesso di fare la sua scelta».

«La legge, che tutela il diritto alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione, Patrizia Cocco la aspettava da anni, da quando sentiva di essere imprigionata nella malattia dentro la quale sopravviveva a una vita che lei in quelle condizioni non voleva più vivere», ha concluso l’avvocato Cocco.

Quella della donna malata di Sla a cui sono state staccate le macchine per la ventilazione artificiale, «primo caso dopo la legge sul biotestamento», in realtà «è una non-notizia. Il distacco dalla ventilazione è legale, e ampiamente praticato in centinaia di casi in questi anni». A parlare all’Agi è Mario Riccio, il medico antestesista rianimatore che nel 2006 aiutò Piergiorgio Welby a mettere in pratica le sue volontà e a interrompere, proprio con il distacco della respirazione artificiale, una vita divenuta impossibile.


Da allora molta strada è stata fatta: «Io come noto ebbi problemi legali - ricorda - ma i giudici alla fine hanno riconosciuto la correttezza del mio operato, sulla base del principio che la volontà del paziente deve essere rispettata anche se comporta l’interruzione di terapie salvavita. In questo senso la legge sul testamento biologico dà una cornice normativa ma non aggiunge granché: io stesso ho estubato moltissimi pazienti, su loro richiesta, e ci sono stati diversi casi finiti agli onori delle cronache, come quello di Piludu sempre in Sardegna. La signora che ha chiesto l’interruzione della ventilazione lo avrebbe potuto fare, come in moltissimi altri casi, anche prima della legge in vigore da meno di una settimana».

Anche se, riconosce Riccio, «una legge così di sicuro avrebbe evitato le procedure giudiziarie a cui siamo stati sottoposti io e più tardi Beppino Englaro. Ma la norma riguarda più il caso Eluana che il caso Welby (o il caso della donna di cui parliamo oggi): la vera novità è la possibilità di lasciare le proprie volontà per quando non si sarà in grado di comunicarle a medici e parenti, mentre la possiblità di dire esplicitamente “staccate la ventilazione, non voglio più vivere era già ampiamente riconosciuta dai tribunali. La legge, oltre a dare un ombrello normativo certamente importante, su questo piano aggiunge poco».

«La differenza col passato è che grazie a testamento biologico non è ora più necessario affrontare lunghe battaglie nei tribunali per vedere rispettato il diritto fondamentale di decidere l’interruzione di terapie. Continueremo a vigilare affinché la legge venga rispettata e monitorare la situazione nei comuni italiani in merito all’effettiva possibilità di rilascio delle DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento)».

Così spiega Filomena Gallo, segretario Associazione Luca Coscioni alla quale Patrizia Cocco si era rivolta nello scorso mese di giugno per richiedere informazioni, nello specifico caso a Marco Cappato, circa il percorso da affrontare per giungere al diritto di porre fine alla propria esistenza e ad una vita che dopo anni di malattie non riteneva più degna di essere vissuta. Lo spiega la stessa associazione.

A lei «fu indicata la possibilità di seguire il percorso già solcato, attraverso una lunga battaglia nei tribunali, da Walter Piludu quando la legge riconobbe come un dovere per il medico quello di adempiere le volontà del paziente se intenzionato a rifiutare l’accanimento terapeutico, in relazione agli artt. 13 e 32, comma 2 Costituzione. Patrizia scriveva tramite un «comunicatore» oculare, grazie all’uso di occhi compromessi dalla Sla. Si definiva come una persona che non viveva più, in quanto attaccata alle macchine ogni giorno, per tutto il giorno, e riferiva di vivere un incubo, di non essere in grado di muovere muscoli. Voleva solo smettere di soffrire. Ma non poteva permettersi la Svizzera.

Dopo essersi confrontata con i componenti della famiglia- ricorda l’associazione - Patrizia aveva nominato un notaio come amministratore di sostegno. Oggi l’epilogo di un calvario tortuoso».
fonte >>> Il Secolo XIX

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